Series II Band 4 · No. 204.
MICHEL ANGELO FARDELLA AN LEIBNIZ
Venedig, 23. Juli 1707. [201.206.]
Venetia 23 Luglio 1707 Illmo Sigre Sigre Padron Colmo
In questa settimana sono cosi felici le nuove, che capitano da Napoli, che non potiamo bramare di vantaggio, mentre che gia tutto il Regno s'è coll'universale acclamatione de popoli dichiarato per Carlo Terzo, tolta Gaeta, gia investita dalle truppe alemane, con speranza che ben presto cederà, correndo qui ancora la voce, che le città principali della Sicilia abbiano mandati ambasciatori al Sigre Conte Martiniz in Napoli, per porsi sotto l'Austriaco dominio coll'istesse vantaggiose capitolationi de' Napolitani, fra quali vi sono, che il Vicere non sia Castigliano, e che i benefici ecclesiastici sieno conferiti a soli Nationali, il che ora mi da il coraggio d'aprire a V. S. Illma con tutta libertà e confidenza il mio desiderio, giacche essa s'è esibita favorirmi, e beneficarmi con tanta e si rara generosità, colla sicurezza che farà tutto per consolarmi e palesarmi in questa occasione il suo amore.
L'essere stata ingiustamente la mia casa rovinata ed abbattuta dalla barbarie de Castigliani m'hà lasciato un continuo stimolo nel cuore d'adoperare tutto il mio spirito per poterla risarcire e riparare nell'occasioni, e di restituirmi un giorno con qualche onore alla Patria, da cui sono stato lontano quasi anni 30 interamente privo de miei patrimonii, all'eccettione d'alcune mie entrate appartenenti al mio particolare che io hò lasciate ad una mia Nepote rimasta sola ed in grandma necessità, ed averei potuto ottenere la restitutione de beni di mio Padre sotto il presente dominio di Filippo Quinto, se avessi voluto abbandonare il partito Austriaco, a cui sono stato d'ogni tempo tenacemente attaccato, essendo qui universalmente noto il zelo ed affettione che hò sempre avuto per l'Augustima Casa, ed a quante persecutioni sono stato esposto per essermi dichiarato troppo liberamente Alemano di genio, avendomi fin i francesi accusato all'Inquisitori di Stato per farmi tacere, e distaccare se avessero potuto dal partito Austriaco. Or avendo io attentamente pensato alle maniere piu proprie con cui potessi un giorno ritornare in Sicilia dopo che sarà sotto Carlo Terzo, come in breve seguirà, essendo io ecclesiastico mi sono colla mente imbattuto ne' benefici di Chiesa, che in quel Paese sono ricchissimi e per l'avvenire come speriamo saranno tutti conferiti a Paesani, fra quali vi sono sette Vescovi e tre Arcivescovi, che in gran parte fin ora sono stati dati a Siciliani, e presentemente un Frate Zoccolante d'ordinaria conditione è Vescovo d'una Città detta Cefalù, ed un Padre Teatino Vescovo di Mazzara, appartenendo la nomina di questi [Vescovadi] in Sicilia, non già al Papa, ma al Rè delle Spagne che elegge chi vuole, talmente che la sola raccomandatione di qualche Ministro, o del suo Confessore bastava per cavare da chiostri ogni vile e basso frate e farlo ascendere alla dignità di Vescovo che in Sicilia è sommamente riguardevole e per l'ampiezza delle diocesi e per la ricchezza del patrimonio, atteso che io potrei supplicare V. S. Illma di porre in opra l'autorevole e benefica sua protettione per ottenermi una nomina di Vescovo, che felicemente ciò accaderebbe, quando la nuova Regina informata del mio carattere e conditioni volesse domandarlo in gratia al Rè suo sposo, nondimeno io non hò veruna inclinatione a questa sorte di dignità che obbliga a portarsi in Roma per la consegratione, ed a molte altre cose alle quali io hò abborrimento come può ben concepire V. S. Illma, e poi hò tutto lo scrupolo per ciò che rimira la cura dell'Anime, e l'abuso de' beni ecclesiastici che sono de Poveri; hò percio pensato ad una altra dignità che non dipende in conto veruno da Roma, e non è un beneficio di Chiesa con cura d'Anime, ma più tosto una carica secolare contraria più tosto di sua natura alla Corte Romana, che il Rè la può conferire a chi vuole pure che sia un Sacerdote dottore. Questa carica si chiama in Sicilia la giudicatura della Monarchia, e non sono molti anni che un Religioso Domenicano della mia famiglia fù Giudice della Monarchia. Questa dignità non è perpetua ma ad tempus, e non si toglie poi se il Soggetto non ne viene collocato in un'altra parimente cospicua, e riguardevole. Non si può negare che la sudetta carica non sia delle principali del Regno, e d'una somma autorità per essere come superiore e Giudice d'appellatione a tutti gli Ecclesiastici del Regno per un privileggio concesso da Papi alli Rè di Sicilia, che fu poi tanto combattuto dal Cardinale Baronio che scrisse l'adversus Siculam Monarchiam; e ne venne perciò da Spagnuoli escluso dal Pontificato. Per esercitare questa carica dunque altro non si ricerca che un semplice Ecclesiastico, che sia Uomo dotto, civile e di buoni costumi, zelante del regio servitio e d'incorrotta fede, potendola conferire il Rè a chi gli piace. Io veramente sono troppo ardito, e forse sfrontato proponendo a V. S. Illma una cosa così lontana dal mio merito e debolissimo talento, nondimeno l'esempio delle cose passate, che è l'essere stato conferito questo carattere a Soggetti anche di niuno valore è presentemente cagione, che io con tanto coraggio ricorra alla somma sua beneficenza, e potente protettione per ottenere[,] se fosse mai possibile[,] un grado così onorevole che darebbe nell'istesso tempo alla mia povera casa utile e decoro, e farebbe sommamente spiccare la forza del suo amore verso di me, che farebbe rinascere al Mondo dell'onore tutta la mia famiglia, e sarebbe come una specie di creatione togliendomi dal niente in cui mi trovo, per inalzarmi ad uno stato di tanta stima, e che io unicamente bramo per potere giovare al mio prossimo, aiutare la mia casa e restituirmi a quel commodo ed a quella quiete che m'abbisognano per terminare le mie opere forse che Dio m'ha data la gloria d'essere sua creatura, non solamente per essere da V. S. Illma beneficato costì, come ella un tempo fece, ma anche e molto più con stupore di tutti nella mia così discosta Patria per mezzo dell'istesso Principe, che molti anni sono a sua intercessione m'invito alla famosa sua Accademia di Volfimbutel. Se non conoscessi intimamente quanto essa può in cotesta Corte, e l'amore tenero e costante che hà per me, io certamente non l'averei ora con tanto ardire importunata e con tanta prolissità, che m'è stata necessaria per renderla ben informata e capace di quelche domando. Potrebbe essere che il Sigre Marchese Querini portasse anche a mio favore i suoi uffici appresso V. S. Illma, acciò unitamente potesse influire al mio fine, io però m'abbandono tutto nel suo stimatimo patrocinio che potrà fare tutto quando vuole, avendo in mano i mezi più potenti per favorirmi. Coll'Ordinario venturo spero mandarle una buona quantità di semi di Celsi mori bianchi se l'Amico in Vicenza, che hà promesso favorirmi non mi manca. L'epigramma bellissimo fatto da V. S. Illma in onore di questa Republica lo ricevei, e ne vollero la copia alcuni Senatori, però la mia si è smarrita, e mi farebbe sommo favore, se me ne mandasse un'altra copia acciò la possa qui far vedere ad un gran Personaggio che brama vederla, non mi dilungo di vantaggio a scriverle altre particolarita, mancandomi la carta ed il tempo. Il Dottmi S. S. Guglielmini e Ramazzini la riveriscono ed io mi resto
Di V. S. Illma Umilmo Oblmo Sre M. A. Fardella